È un inventario della materia prima del poeta quello che troviamo ne La carta delle arance di Pietro De Marchi: un insieme di voci che ne costituiscono contemporaneamente l’essenza e la forma. Le voci dei conoscenti, delle persone care, dei ricordi, le voci e le immagini offerte dal quotidiano e dalla letteratura permettono di dipingere il mondo tramite una poesia che a sua volta lo ricrea. Varie prospettive che s’intrecciano a voler dire la verità dell’esistenza, sguardi che colgono la vita e la raccontano, trasformandola. Proprio per evitare di soccombere al suo destino – la morte – la vita va scritta, e con lei tutti gli elementi – felici e dolorosi – che la compongono. Dire la vita diventa così un modo per non perderne traccia, permettendo di continuare a vivere a chi non c’è più e a chi ancora deve partire.
(Carlotta Jaquinta, «Viceversa Letteratura» n. 11, 2017)